Archivio | ottobre 25, 2012

Albertazzi, 50 anni di teatro e non sentirli

Giorgio Albertazzi a piazza Castello, Reggio Calabria

«Il Teatro per me è una persona corporea. E’ la vita, è provocazione, è l’aria che si respira e questo per me è il Teatro». Impegnato per i prossimi due o tre anni come suggerisce, Giorgio Albertazzi è un pilastro del teatro italiano. Istrionico, innovativo, criticato e irriverente.

L’ho conosciuto questa estate. Felice e contenta mi facevo con molto piacere l’ultima conferenza prima di andare in ferie. La gioia terminava molto presto, alla scoperta cioè del fatto che nell’androne del museo Nazionale in ristrutturazione che ospitava l’incontro, l’aria condizionata funziona poco o nulla. Poi vedo lui. Quasi novant’anni, seduto, pacato, Albertazzi, in procinto di presentare la stagione del Teatro Magna Graecia di cui è direttore. Faccio una mia domanda (volutamente provocatoria) sulla polemica relativa alle compagnia teatrali di giovani escluse dagli eventi. Me la fa ripetere, una volta, e un’altra ancora davanti al microfono. Non sentiva. Mi risponde in modo educato ed esaustivo.

E qualche sera fa il “maestro” è stato celebrato per i suoi cinquant’anni di carriera tra cinema, teatro e regia, al teatro Argentina di Roma. “Serata in onore di Giorgio Albertazzi”: un riconoscimento per Albertazzi che ha diretto il Teatro di Roma dal 2003 al 2008, ruolo che poi ha lasciato al collega Gabriele Lavia. Una serata evento per il grande mattatore della scena teatrale italiana durante la quale è stato presentato il libro “Giorgio Albertazzi e il Teatro di Roma”, curato da Mariella Paganini. Un volume fuori dagli schemi in cui è lo stesso Albertazzi a raccontarsi, in un’intervista con tutta l’esperienza da “animale” da palcoscenico, da artista, da intellettuale e direttore di una delle più importanti istituzioni nel nostro panorama culturale. E nel libro trovano voce anche le immagini, le foto e le voci, testimonianze di chi ha lavorato con lui sul palcoscenico dell’Argentina. A completare l’opera una documentata cronologia degli spettacoli da lui diretti.

Volete sapere com’è finita la mia mattina al Museo? Mi sono avvicinata al maestro. E certo. Non avrei potuto perdere l’occasione per salutarlo. Era da solo. Gli ho porto timidamente la mano. Lui mi ha sorriso, mi ha tirato la mano e mi ha abbracciata caramente. «Tu, tu…» mi ha detto. E mi è passato pure il caldo.

Gabriella Lax

L’Antonacci “liberato”

Antonacci a piazza Del Popolo (Reggio Calabria)

“Liberatemi”. E Biagio Antonacci sul palco dell’Arena di Verona aveva irretito tutte ed era bastato solo uno sguardo; compresa una giovane Federica Panicucci, dai “biondi capelli dorati” e lunghi che, a stento, riusciva a tenere stretto il suo entusiasmo nel consegnargli il premio di “Cantante rivelazione”. Erano i primi anni Novanta. Antonacci cantava e, soprattutto, scriveva canzoni per tanti artiste ed artiste italiane ma, fino a quel momento, il successo era un sogno proibito, chiuso in un cassetto e non prendeva forma. Aveva i capelli lunghi lunghi e la barba incolta, e somigliava al mio amore, selvaggio e romantico, in quel periodo.

Ve lo ricordate? “Se io, se lei – adesso dove sei…?”. E quanti pianti mi farò fatta ascoltando quella musica struggente e disarmante di un amore ormai finito. Lo preferisco adesso, anni ed anni dopo, rasato mentre imbraccia la chitarra semiacustica e grida al mondo “Non vivo più senza te”. Anche se è poco credibile. Ha la faccia del farfallone lui, ma sa veramente come ci si comporta su un palco. Lontano dagli eccessi fuori luogo, affascinante come il più generoso dei nobiluomini. Il suo canto pizzica, con la pizzica, le corde vocali ed esprime passione e sensualità, ma con quel tocco di romanticismo che non fa dimenticare l’amor cortese. Ovvio che le donne non capiscono più nulla. Senza distinzioni d’età, dalle ragazzine alle signore più mature.

Ma noi, che riusciamo a mantenere quel briciolo di distacco che non guasta, possiamo comunque complimentarci con questo cinquantenne che, qualche sera fa, ha fatto ballare, divertire, cantare a squarciagola più di tredicimila persone in una piazza. «Erano anni che cercavo di ritornare a Reggio Calabria – confessa stando in bilico sulla lunga pedana che lo porta nel cuore del pubblico – questa terra ha questa forza, il nostro clima qui al Sud permette, anche in un tour invernale come questo, di fare uno spettacolo all’aperto. E l’amore ha questa forza. Mi rimarrete negli occhi come un grande regalo. Stasera dovete tornare a casa senza voce. Innamorati».

Trova spazio anche per le critiche alla situazione attuale di sfacelo economico «Il guaio dei politici è che non si interessano alle famiglie italiane, le lasciano abbandonate a se stesse, nelle difficoltà».Ma al centro dell’universo del cantautore c’è soprattutto la donna, con le sue mille sfaccettature. Da “Iris”, ad “Alessandra” ed “Angela”, passando per le descrizioni di protagoniste che non hanno nome, come in “Sognami”, ma che restano ritratti vivi e presenti agli occhi degli ascoltatori.

Gabriella Lax