Chirico, magma artistico calabrese


Il suo lavoro è frutto di “quell’energia, quel magma che mi spingeva”. E la frase che più mi ha colpito di Natino Chirico. Quella vis artistica che si è palesata nella città d’origine è riuscita a venir fuori completamente solo lontano. Incontriamo il pittore nato e cresciuto, fino a 18 anni a Reggio Calabria, entra nella sua casa di Roma e viene accolto dal suo cane Rocco, “il pastore calabrese, razza aspro montana”. Così l’artista ama definire il suo meticcio. Chirico ha trovato una sua dimensione artistica, diversificata nel tempo, mai immutata, ma che, soprattutto, non rinnega le origini calabresi.
Ricordi il primo disegno che hai fatto?
«Ho in mente un episodio molto significativo. Avevo tredici o quattordici anni e, mentre copiavo un piatto su di un cartone sistemato in una sedia di formica rossa, arrivò un’amica di mia madre (i miei genitori si erano separati da poco e lei sarebbe stata, in seguito, la mia testimone di nozze) ed esclamò: “Natino, che bello! Ma tu sei bravissimo”. Fu un primo momento di coscienza. Qualcuno mi aveva detto che ero bravo. E in quel momento ebbi la percezione che avevo l’arte dentro di me e che forse nella vita mi sarei potuto dedicare a quello».
Dopo gli studi a Reggio Calabria perché sei andato proprio a Milano?
«Era legato al fatto che seguivo un pittore, Carlo Filosa. Avere un titolo di studio che mi consentiva d’insegnare “figura disegnata” e, per un certo periodo, ci riuscii a Milano, ma non faceva per me. Erano gli anni Settanta, ai ragazzi non interessava imparare, avevano a cuore problematiche sociali. Così mi trasferii a Roma, a casa di una mia amica, dove invece poi conobbi la donna che sarebbe diventata mia moglie e terminai li gli studi».
Com’è cambiato nel tempo il tuo modo di fare arte?
«Da giovane ero più legato ad un cultura locale, più provinciale per intenderci, in una accezione positiva del termine. La cultura napoletana ha dato molto a quella reggina, dal punto di vista artistico, è riuscita ad accrescere l’esistente. Ho avuto la fortuna di avere insegnati campani, primo fra tutti Ugo D’Ambrosi, mio maestro, persona che stimo immensamente, che mi hanno portato ad un’apertura culturale a nuove tecniche di sperimentazione. Ho imparato a chiudere la figura. Dopo un breve innamoramento beconiano, per la pittura inglese, sono rimasto essenzialmente figurativo. Nel tratto ho una ricerca iperrealistica, cerco di scovarne l’essenza».
Il fulcro della tua arte dunque?
«Oggetti figurativi in una pittura informale, questa è la chiave di lettura che preferisco, è una pittura che non so come definire se non “mia”. Ho affinato nel tempo il modo di lavorare con una ricerca sui mezzi oltre che sui contenuti. Utilizzo oro, argento, rame e metacrilato, materiali che accrescono l’esperienza pittorica. Nuovi modi di raccontare l’arte».
E di questa ultima mostra a Salò?
«E’ una cittadina meravigliosa, situata sul lago di Garda. Avevo pensato ad un’esposizione qualche anno fa, nel museo civico che poi però non ristrutturarono ed il progetto non si concretizzò. Adesso invece posso presentare questa mostra, una retrospettiva con lavori recenti di circa centodieci lavori. Quindi ci sono opere di quando ero giovincello (ride nds), opere su tela, ma anche moderne su metacrilato, sagome, combinazioni di vario genere, opere particolari realizzate sugli specchi. E poi una sorta di pittura tridimensionale, visibile da ogni prospettiva, su più lati. Penso di aver dato il massimo e le poche persone che hanno visto, sinora, la simulazione, sono rimaste entusiaste, per questo, modestamente, penso che piacerà».
Nella Reggio di tanti anni fa c’erano altri personaggi che poi sono diventati famosi?
«Ero molto amico di Gianni Versace, abbiamo avuto uno scambio culturale prima che diventasse lo stilista famoso in tutto il mondo. Ero amico di Gianni, fregandomene del fatto che in quella Reggio “chiusa” l’omosessualità era vista come un tabù, fregandomene delle chiacchiere delle persone. Lui aveva delle intuizioni, questo lo ricordo bene, era un’anima sana, sognava di diventare qualcuno».

Gabriella Lax

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