Archivio | ottobre 9, 2012

Aquino, jazz fuori dalle mode


Suona la tromba da autodidatta ma, a sentirlo, non ve ne accorgereste. La passione per lo strumento iniziata dopo gli studi lo ha preso talmente tanto da renderlo uno dei musicisti più innovativi (suona anche il flicorno) e premiati del jazz.
Luca Aquino è originario di Benevento ed ha coniugato la l’amore per la musica con la sperimentazione per uno strumento che non è duttile quanto altri.
Ancora una volta splendido ospite di Roccella Jazz Rumori Mediterranei con un progetto ad hoc, omaggio a Gil Evans, nato per il festival ha l’intelligenza stilistica che lo porta a percorrere strade nuove ad avventurose. Sin dalla preparazione dei suoi dischi. Il trombettista è anche compositore impegnato nella registrazione, in questi mesi, del suo nuovo album.
Al momento in cosa sei impegnato?
«Il 18 ottobre ricomincio un intenso tour col quartetto del batterista franco/ivoriano Manu Katchè, per poi registrare il mio nuovo album “aQustico””, in uscita con la Tuk, l’etichetta di Paolo Fresu, penso a marzo 2013, e ancora farò la colonna sonora di un corto dal titolo “Il mese di giugno”, scritto e diretto da Valerio Vestoso, con Nello Mascia, Claudia Vismara e Rosario Giglio. Sto inoltre pensando di riorganizzare il festival Riverberi nella mia città Benevento».
E i tuoi inizi?
«Ho cominciato a suonare la tromba a vent’anni prevalentemente da autodidatta. Provengo da un ascolto rock e in realtà mi sono appassionato al jazz durante un seminario con Paolo Fresu a Benevento. Con Chet Baker e Freddie Hubbard sono arrivato ad innamorarmi totalmente di Miles Davis».
Cos’è per te il jazz?
«Posso dire che non è una musica fangosa. Il jazz è una musica spugnosa, che assorbe e vive del presente e prende i suoni per rivoltarli nel futuro. Così io lavoro nelle mie composizioni».
E’ opinione diffusa che cultura faccia rima con superfluo e con la cultura non si può vivere. Da musicista qual è la tua visione?
«Pensare questo è un grosso errore. La cultura, al di là del jazz e della musica, più in generale, alimenta le menti delle persone e libera dalla barriere, ci proietta verso qualcosa di diverso e di nuovo. E’ proprio attraverso la cultura che si può alimentare il turismo di qualsiasi territorio»..
Come può un giovane musicista esprimersi in questo tempi di crisi?
«Ora come ora musicalmente c’è più richiesta all’estero rispetto al nostro Paese. In Italia, tra l’altro, ci sono procedure burocratiche che, spesso, allungano i tempi a dismisura».
Viaggi molto, la situazione all’estero è diversa?
«All’estero, soprattutto nel Nord Europa, c’è una grande attenzione verso l’avanguardia, dal punto di vista musicale, naturalmente. Da noi, e non mi riferisco né al festival di Roccella Jazz, né a quello di Reggio, la spontaneità, la sperimentazione vengono sacrificate sull’altare per qualche musicista modaiolo, che viene invitato solo perché in voga in quel momento».

Gabriella Lax

Vermeer ed il mistero della luce


L’incanto della bellezza di Scarlett Johansson, superba musa nel film “La ragazza con l’orecchino” contribuisce a far conoscere una delle opere di uno dei maggiori esponenti della pittura olandese del XVII secolo Jan Vermeer.
Incerta la data di nascita per l’autore di soli quarantacinque quadri in tutta la vita, Veermer fu conoscitore e mercante d’arte, ma si considerava soprattutto un pittore. I suoi lavori erano creati su commissione e non andavano oltre due o tre opere all’anno, quel tanto che gli occorreva per mantenere la moglie che gli donava figli a iosa (arrivarono ad undici).
Le Scuderie del Quirinale di Roma ospitano, da qualche giorno la mostra dal titolo “Vermeer, il secolo d’oro dell’arte olandese”. Pittore nel Seicento avvolto nel mistero, Vermeer fu riscoperto solo nella seconda metà dell’Ottocento.
Di lui si sa che sono rimaste poche opere, per lo più di piccolo formato: due religiose, una di argomento mitologico, una o due allegoriche, due paesaggistiche e pochi ritratti e soprattutto descrizioni di ambienti borghesi colti nella loro vita quotidiana nei quali primeggia una figura femminile.
Ma è l’uso sapiente della luce, la forza di Vermeer rispetto agli artisti coevi che hanno ritratto le stesse scene di vita quotidiana dell’Olanda del XVII secolo. Un’atmosfera stranamente malinconica la sua, quasi irreale che ruota intorno ai protagonisti delle opere e li cattura col suo “je- ne- sais- quoi”, impastando il tempo e sublimando una sottile attesa d’indefinito che contribuisce ad astrarli dal dato quotidiano e banale “dei gesti compiuti (la lattaia che versa il latte, la ragazza che legge una lettera, la donna che suona e beve il bicchiere di vino che le viene offerto da un ammiratore) per elevarlo a sostanza esistenziale”.
La mostra è una pregiata esposizione di opere di Vermeer (rarissime e distribuite nei musei di tutto
il mondo, nessuna in Italia), alla quale si accompagnano altre cinquanta (circa) opere di artisti olandesi suoi contemporanei. Facile così fare un confronto stilistico sul modo di Veermer i rapportarlo ai colleghi del tempo, artisti attivi nella sua città natale e nei vicini centri di fermento culturale quali Amsterdam, Haarlem e Leida.