Archivio | ottobre 5, 2012

Amanda, da Dalì a Gautier

Amanda Lear e Salvador Dalì

Non avrebbe potuto scegliere un simbolo più azzeccato. Esagerata, trasgressiva nella sua ambiguità del “laisser penser”, Amanda Lear, a sessantasei anni, è la musa di Jean Pual Gautier che ha illuminato in questi giorni le passerelle parigine. E nonostante l’età e la lita di toy boy che si lascia alle spalle la divina Amanda è stata guest star in una sfilata, splendidamente in forma, con un costume di paillettes rosa shocking che lascia poco all’immaginazione, su tacchi vertiginosi.
La scelta della modella non è stata casuale, Jean Paul Gaultier aveva proprio l’obiettivo di far rivivere la nostalgia per gli anni Ottanta, così come suggerisce la locandina dell’evento dunque “Ogni riferimento a fatti e personaggi è puramente reale”.
Una sorta di ritorno alle origini poiché quegli anni hanno coinciso con l’inizio di brillanti carriere di alcuni tra i più importanti stilisti “Made in France” come appunto Gautier. Quando ad Amanda Lear, la ex modella (ed una delle presunte amanti) di Salvador Dalì, nata a Saigon, è stata madrina della musica pop, ambigua figura sin dagli anni Sessanta, ha contribuito ad alimentare scientemente, i sospetti sul fatto che, in precedenza, fosse stata un uomo. Fu resa celebre per la sua immagine sulla copertina di uno dei più importanti album dei Roxy Music nel 1973. Due anni dopo, grazie al tono basso della sua voce il brano “Tomorrow” da lei inciso fa il boom di vendite in tutta Europa. Ma è negli anni Ottanta che la Lear è la protagonista della trash tv che impazza in Italia giocando molto sull’ambiguità del suo personaggio. In un servizio shock apparso su Gente (certi ricordi di bambina restano indelebili) si presentavano addirittura le foto di quando la Lear era uomo, il nome presunto con tanto di carta d’identità. Un abile finzione invece che le ha fatto guadagnare notorietà e successo.

Largo alle borchie!

Pronti a fare impazzire i metal detector?!!Grandi o piccole. Poco importa. E’ l’invasione delle borchie. E le passerelle dei mesi scorsi, come adesso le vetrine dei marchi trandy ne fanno un uso smodato.

Una valanga di borchie, vanno oltre i semplici intenti décor, per venire incontro a sogni e desideri di fashion addict. Borse, cinture, calzature e oggetti di pelletteria e, sistematicamente, pantaloni, camicie e giubbotti, queste le vittime dei punti luce. E le borchie nascono come piccoli “pois” in metallo dorato per diventare anche coni dorati.

Il loro battesimo risale agli anni Settanta, dettato dallo stile al punk in embrione negli Stati Uniti, che di seguito troverà terreno fertile nel Regno Unito, soprattutto a Londra, il luogo in cui il linguaggio e la musica del genere verranno istituzionalizzati. E per le borchie la madrina d’eccezione nel campo delle stile, nella capitale mondiale delle tendenze, sarà proprio Vivianne Westwood che, insieme all’inseparabile Malcom McLaren, ne farà un mod intramontabile.

Se però, fino a quel momento, quello delle borchie nell’abbigliamento era stato un linguaggio legato a derivazioni musicali e proseliti di punk e metal, negli anni Ottanta ci pensa lo stilista Gianni Versace a “sdoganare” l’uso di questi piccoli accessori inserendoli nel taglio di abiti di uso anche quotidiano e mischiandoli all’uso di materiali inediti. Le passerelle hanno mostrato di recente le borchie illuminare ancora jeans, cappotti e persino i cerchietti. A questo si uniscano le linee d’intimo interamente borchiate.

E per completare il quadro nasce una tendenza ancor più singolare quella del “borchiato vintage” ossia vecchie scarpe, vecchie giacche, i vecchi blue jeans, vengono stravolti nella forma e nel colore con l’immancabile tocco borchiato.
Un accessorio borchiato sdrammatizza un abbigliamento troppo serio; un paio di jeans con le borchie e una giacca daranno grinta a tutto il look. Il consiglio è sempre quello di non esagerare.