Archivio | ottobre 2012

Festa di Halloween perfetta con Pippa!

Philippa, o come dicevano tutti, Pippa, non ce la faceva proprio più. A parlare per lei era stato preliminarmente il suo “lato B”, a partire dalla cerimonia reale di matrimonio della sorella Catherine (amorevolmente detta Kate) Middleton, duchessa di Cambridge e moglie del futuro re d’Inghilterra, William. Pompata dalla fama del suo incantevole fondoschiena, Pippa diviene un’icona fashion, molto più della sorella Kate. Pippa viene paparazzata per ogni gesto e ad ogni sua uscita. Tutto ciò che indossa diventa un must, abiti e persino i colori che indossa. Ma non solo. Se Pippa pratica una disciplina, dal pilates al triatlon, ecco che anche lo sport diventa un modello da seguire, di tendenza.
Ma essere una guida per le fashioniste di tutto il mondo è ancora troppo poco per una giovane donna (non ha compiuto trent’anni) che ritiene di avere molto di più da offrire alla società.

Così, super Pippa, che di mestiere fa l’organizzatrice di feste, decide di mettere a frutto le ore di fatica sul lavoro e di incorniciarle in un libro, “Celebrate. Un anno di festività per famiglie e amici. Una guida completa per stagioni, semplice e di intrattenimento creativo”, Il volume, edito da Michael Joseph, è una guida per organizzare feste perfette in società, generato dall’esperienza maturata dalla giovane Pippa nella “party planning company” di famiglia.

Dunque ricette e suggerimenti per cavarsela in ogni occasione, in autunno, inverno, primavera, ed estate. Il piccolo gioiello letterario costa 16,77 sterline, a fronte delle 400 mila sterline di compenso che la sorella della duchessa di Cambrigde ha già ricevuto. Il libro già presentato, nel Regno Unito, uscirà a fine mese. Ma già i maligni lo tacciano di essere “un ritratto spietato della media borghesia che sogna di agganciarsi al castello dell’aristocrazia”. Prima che Pippa parta per il tour promozionale, che avrà il suo boom nel periodo prenatalizio, proviamo ad attingere ai suoi preziosi consigli.

Ecco la ricetta per Halloween: «Versare la zuppa bollente dentro zucche vuote, riempire le ciotole di pomodoro rosso sangue e accompagnare le portate con piccoli ragni neri di plastica nei piatti e nei bicchieri. Appendere le ciambelle su fili distesi tra gli alberi, colmare una grande tavola di coperte colorate e fatte a mano per scaldare l’ambiente, quindi riempire i prati di palloncini a forma di scheletro. Inoltre, cosa importantissima, svuotate un’enorme zucca e stipatela di lecca-lecca rivestiti con strisce di rotoli da cucina che li facciano sembrare fantasmi. Sarà il vostro enorme centrotavola». A voi il giudizio…

Gabriella Lax

Dallas, ritorno in tv con flop

Dallas, i protagonisti com’erano 35 anni fa”

“Dallas” era stato un fenomeno sociale. E l’uso del tempo passato è d’obbligo se si considera che Canale 5, qualche settimana fa, aveva proposto, dopo l’enorme successo riscontrato in America, la serie, a trentacinqueanni di distanza dall’esordio in Italia. Messa in onda che Mediaset ha dovuto sospendere dopo sole due puntate, per ripartire in prima serata ma su La5. Il pubblico, imprevedibile, a sorpresa, non ha accolto il ritorno televisivo delle vicende familiari dei petrolieri Ewing, col cattivo J.R. ( Larry Hagman ha 79 anni) ed il fratello Bobby (Patrick Duffy 63), invecchiati certo, ma tirati su, dopo tutti questi anni, a forza di bisturi e botulino.

Eppure Dallas, quando per la prima volta andò in onda sugli schermi italiani, dopo un iniziale insuccesso in Rai, conquistò abbondantemente su Canale 5 i favori del pubblico. Fu il primo evento ad inaugurare le cosiddette saghe familiari. Dopo Dallas, e considerati gli ampi risconti di auditel, sia negli Stati Uniti che nel nostro Paese, il genere iniziò a spopolare (la concorrenza propose “Dinasty”).

Dallas, in certi posti però, assunse le modalità di un vero e proprio fenomeno di costume. Soprattutto nei piccoli centri, i nomi dei protagonisti, in particolare, le donne, divengono nomi di battesimo di tanti bimbi. Ci sono paesi pieni zeppi, ancora dopo tutti questi anni, di trentenni che tra i quali capita di incontrare Bobby o Sue Ellen, per intenderci. L’episodio che mi viene in mente con tenera nostalgia è legato al look, in particolare ad un’acconciatura dei capelli. Ricordo ancora mia nonna, con l’elastico nelle mani, che mi insegue in cortile per farmi la coda “come Pamela”. In pratica la giovane protagonista di Dallas aveva realizzato una sorta di coda di cavallo, che non si sviluppava dietro al collo bensì sulla destra della testa.

Ma i tempi sono diversi. La spiegazione che riesco a darmi per il recente flop della saga familiare americana è che, in questo frangente storico, le persone soffrono per la crisi economica così tanto che, la visione dei ricchi, anche solo in tv, quantomeno innervosisce o, nel migliore dei casi, non interessa e soprattutto non fa più sognare. Storia completamente diversa per “The bold and the beautiful” (“Beautiful” nella versione italiana) che, invece, continua ad avere spettatori ormai ininterrottamente fidelizzati da quel lontano 4 giugno del 1990 quando Ridge e la famiglia Forrester fece capolino, per la prima volta, sugli schermi televisivi italiani.

Gabriella Lax

Rino Gaetano, compleanno di ricordi


Di Rino Gaetano avevo solo due ricordi. “Gianna, Gianna, Gianna” cantava. Nel mio immaginario, non so spiegare il motivo, “Gianna” era un cane. Ascoltavo le parole della canzone e corrispondevano perfettamente alla descrizione di un quadrupede. Nel secondo frammento, sento la radio, era mattina lo ricordo, insieme ad una voce che diceva, poche, stringate parole che più o meno recitavano “Stanotte, in un incidente stradale nei pressi di Roma, ha perso la vita il noto cantautore Rino Gaetano”. Niente più. Qualcuno, molti e molti anni dopo, mi scrisse un messaggio “Sfiorivi sfiorivano le viole e il sole batteva su di me e tu prendevi la mia mano mentre io aspettavo…”. L’amore ceco mi portò a ingurgitare tutto ed a scoprire i versi di “Sfiorivano le viole”, altro che “Gianna”, il cane. Era Rino Gaetano.

Per conoscerlo, mi sono affidata alla mia memoria storica di quegli anni. Carlo Carcione. «Era fermo con la chitarra e faceva l’autostop. L’ho incontrato per strada e l’ho fatto salire in macchina». Il racconto di un destino che mette insieme perfetti estranei e tesse una trama non comprensibile, comincia così. Fa un tuffo nel passato Carlo Carcione, oggi sindacalista nazionale Ugl, negli anni Settanta cantante noto come “Carlo da Ragusa”. Conosce casualmente Rino Gaetano sulla Nomentana, a pochi metri dall’abitazione del giovane, e gli dà un passaggio fino alla stazione Termini. Una conoscenza che, col tempo, si trasforma in amicizia. «Rino era una persona sensibile ed intelligente, estremamente colta anche se autodidatta, sincera nel modo di porsi». Rino chiede aiuto a Carlo che gli fa conoscere Vincenzo Micocci, talent scout dell’epoca, proprietario dell’etichetta IT, che lo scritturò immediatamente.

“I love you Marianna” esce con lo pseudonimo di Kammamuris cioè «Uno di quei personaggi dei libri di Salgari che lui amava». La vera svolta arriva con la distribuzione nazionale per la quale la It era legata alla Rca. Rino firma il contratto con loro che già avevano prodotto Gianni Moranti, Paul Anka e tanti altri e gli viene proposto di andare al festival di Sanremo. All’apoteosi di Sanremo con “Gianna”, in cui il cantautore crotonese riesce a farsi conoscere dal grande pubblico, c’è il periodo sottotono del disco insieme a Mogol “Resta vile maschio”.

«Fu un tonfo totale, era stata snaturata la vena popolare tanto cara a Rino per ipotesi più sperimentali». Carcione però oltre ad avergli fatto incontrare quelli che poi saranno i suoi produttori, presenta a Rino una persona molto importante. «Amelia, quella povera ragazza che un mese dopo la data in cui morì Rino avrebbe dovuto sposare. Dopo la morte di Rino non l’ho più vista». Amelia Conte era una studentessa che insieme ad altre ragazze «veniva a giocare a carte la sera quando ci riunivamo tra amici. E, una volta, casualmente dissi alle ragazze che conoscevo Rino, lo invitai a casa e con Amelia si misero a parlare. Capii subito che nasceva qualcosa tra loro. Prima di morire, Rino aveva comprato casa nella zona di Santa Lucia, dove ce l’avevano Sergio Endrigo ed Ennio Morricone».

Un sogno d’amore con Amelia che prosegue, data la notorietà di Rino, tra alti e bassi e che si interrompe bruscamente prima di essere coronato, con la tragica morte del cantautore nella mattina del 2 giugno del 1981. «Ricordo che mi chiamò alle sei del mattino Adriana, una nostra amica comune, mi disse dell’incidente non ci volevo credere. Non riuscii ad andare al funerale, riuscii solo a mandare un telegramma alla famiglia avevo scritto che Rino è nei nostri cuori e vi rimarrà sempre».

Gabriella Lax

Benigni, le stagioni del menestrello poeta

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Ha iniziato più di trent’anni fa come giullare televisivo per eccellenza. Roberto Benigni ha compiuto sessant’anni, ben spesi, in modi differenti,  sempre però per tenere alto il nome della “Cultura”.

Ancora ricordo che riusciva a rianimare le sonnolente ed interminabili domeniche pomeriggio invernali. Faceva irruzione a “Domenica In” e strabiliava con i suoi pasticciati effetti speciali. E forse in questo la sua grandezza: essere esageratamente spontaneo. Solo a lui era permesso spuntare da sotto la lunga gonna di una valletta o letteralmente atterrare una Raffaella Carrà, di rosso vestita, nel tentativo di baciarla in bocca. Ed alla fine poi s’arrendeva anche Pippo Baudo, indiscusso re del varietà televisivo, e lo portava a spasso in braccio, come una carriola, per gli studi televisivi. La stessa cosa accadde ad Enrico Berlinguer e da quel momento anche il “serio” mondo della politica fu, in un certo senso “sdoganato”.

Seppur bambina, intuivo la pericolosità scenica del personaggio che si caratterizzava per la sua imprevedibilità. Insomma davanti a Benigni non si sapeva mai a che cosa si andava incontro. E la cosa bella era che Mamma Rai acconsentiva (con l’aggravante che erano altri tempi) a tutto questo. Ma il comico toscano era comunque l’unica eccezione. Il cammino nel cinema, con le collaborazioni con Giuseppe Bertolucci, va di pari passo alle apparizioni in televisione. Dei suoi inizi rimane quel capolavoro, dell’indimenticato Massimo Troisi, che è “Non ci resta che piangere”, entrato nella storia del cinema e, con alcune frasi, anche nei modi comuni di parlare. Memorabile la scena della lettera a Savonarola.

Una vera e propria linea di demarcazione tra passato di Benigni ed un capitolo nuovo è segnata, nel marzo del 1999 a Los Angeles, da quell’urlo della Sofia nazionale “Robertoooo”. La Loren che reclama il comico sul palco per la consegna di ben tre Oscar per “La vita  bella”. E lui risponde da Benigni, scavalca i sedili delle sedie per arrivare al centro della scena. Consacrato attore a livello internazionale Roberto Benigni può continuare a sbizzarrirsi nella sua genuina complicità ed abbandonarsi, finalmente, lasciando chiaramente emergere la sua natura colta. Coraggiosamente ripropone Dante Alighieri e la sua Divina Commedia in giro per le piazze e le strade d’Italia.

Come per Antonio De Curtis, dai nobili natali, anche per Benigni, una comicità così geniale non può che esser frutto di una intelligenza sublime.Sessant’anni son tanti per Benigni, che sembra sempre un bambinone goliardico. Ma curiosamente aspettiamo di scoprire ancora altre sfaccettare di genialità.

Gabriella Lax

Albertazzi, 50 anni di teatro e non sentirli

Giorgio Albertazzi a piazza Castello, Reggio Calabria

«Il Teatro per me è una persona corporea. E’ la vita, è provocazione, è l’aria che si respira e questo per me è il Teatro». Impegnato per i prossimi due o tre anni come suggerisce, Giorgio Albertazzi è un pilastro del teatro italiano. Istrionico, innovativo, criticato e irriverente.

L’ho conosciuto questa estate. Felice e contenta mi facevo con molto piacere l’ultima conferenza prima di andare in ferie. La gioia terminava molto presto, alla scoperta cioè del fatto che nell’androne del museo Nazionale in ristrutturazione che ospitava l’incontro, l’aria condizionata funziona poco o nulla. Poi vedo lui. Quasi novant’anni, seduto, pacato, Albertazzi, in procinto di presentare la stagione del Teatro Magna Graecia di cui è direttore. Faccio una mia domanda (volutamente provocatoria) sulla polemica relativa alle compagnia teatrali di giovani escluse dagli eventi. Me la fa ripetere, una volta, e un’altra ancora davanti al microfono. Non sentiva. Mi risponde in modo educato ed esaustivo.

E qualche sera fa il “maestro” è stato celebrato per i suoi cinquant’anni di carriera tra cinema, teatro e regia, al teatro Argentina di Roma. “Serata in onore di Giorgio Albertazzi”: un riconoscimento per Albertazzi che ha diretto il Teatro di Roma dal 2003 al 2008, ruolo che poi ha lasciato al collega Gabriele Lavia. Una serata evento per il grande mattatore della scena teatrale italiana durante la quale è stato presentato il libro “Giorgio Albertazzi e il Teatro di Roma”, curato da Mariella Paganini. Un volume fuori dagli schemi in cui è lo stesso Albertazzi a raccontarsi, in un’intervista con tutta l’esperienza da “animale” da palcoscenico, da artista, da intellettuale e direttore di una delle più importanti istituzioni nel nostro panorama culturale. E nel libro trovano voce anche le immagini, le foto e le voci, testimonianze di chi ha lavorato con lui sul palcoscenico dell’Argentina. A completare l’opera una documentata cronologia degli spettacoli da lui diretti.

Volete sapere com’è finita la mia mattina al Museo? Mi sono avvicinata al maestro. E certo. Non avrei potuto perdere l’occasione per salutarlo. Era da solo. Gli ho porto timidamente la mano. Lui mi ha sorriso, mi ha tirato la mano e mi ha abbracciata caramente. «Tu, tu…» mi ha detto. E mi è passato pure il caldo.

Gabriella Lax

L’Antonacci “liberato”

Antonacci a piazza Del Popolo (Reggio Calabria)

“Liberatemi”. E Biagio Antonacci sul palco dell’Arena di Verona aveva irretito tutte ed era bastato solo uno sguardo; compresa una giovane Federica Panicucci, dai “biondi capelli dorati” e lunghi che, a stento, riusciva a tenere stretto il suo entusiasmo nel consegnargli il premio di “Cantante rivelazione”. Erano i primi anni Novanta. Antonacci cantava e, soprattutto, scriveva canzoni per tanti artiste ed artiste italiane ma, fino a quel momento, il successo era un sogno proibito, chiuso in un cassetto e non prendeva forma. Aveva i capelli lunghi lunghi e la barba incolta, e somigliava al mio amore, selvaggio e romantico, in quel periodo.

Ve lo ricordate? “Se io, se lei – adesso dove sei…?”. E quanti pianti mi farò fatta ascoltando quella musica struggente e disarmante di un amore ormai finito. Lo preferisco adesso, anni ed anni dopo, rasato mentre imbraccia la chitarra semiacustica e grida al mondo “Non vivo più senza te”. Anche se è poco credibile. Ha la faccia del farfallone lui, ma sa veramente come ci si comporta su un palco. Lontano dagli eccessi fuori luogo, affascinante come il più generoso dei nobiluomini. Il suo canto pizzica, con la pizzica, le corde vocali ed esprime passione e sensualità, ma con quel tocco di romanticismo che non fa dimenticare l’amor cortese. Ovvio che le donne non capiscono più nulla. Senza distinzioni d’età, dalle ragazzine alle signore più mature.

Ma noi, che riusciamo a mantenere quel briciolo di distacco che non guasta, possiamo comunque complimentarci con questo cinquantenne che, qualche sera fa, ha fatto ballare, divertire, cantare a squarciagola più di tredicimila persone in una piazza. «Erano anni che cercavo di ritornare a Reggio Calabria – confessa stando in bilico sulla lunga pedana che lo porta nel cuore del pubblico – questa terra ha questa forza, il nostro clima qui al Sud permette, anche in un tour invernale come questo, di fare uno spettacolo all’aperto. E l’amore ha questa forza. Mi rimarrete negli occhi come un grande regalo. Stasera dovete tornare a casa senza voce. Innamorati».

Trova spazio anche per le critiche alla situazione attuale di sfacelo economico «Il guaio dei politici è che non si interessano alle famiglie italiane, le lasciano abbandonate a se stesse, nelle difficoltà».Ma al centro dell’universo del cantautore c’è soprattutto la donna, con le sue mille sfaccettature. Da “Iris”, ad “Alessandra” ed “Angela”, passando per le descrizioni di protagoniste che non hanno nome, come in “Sognami”, ma che restano ritratti vivi e presenti agli occhi degli ascoltatori.

Gabriella Lax

Milano, è “La febbre del sabato sera”

Brillantina nei capelli, pantaloni a zampa in un mare di paillettes colorate nel musical adesso tratto da un film che ha fatto epoca. John Travolta e company, quando hanno accettato la parte, non avevano chiaro in mente che sarebbero entrati non solo nella storia del cinema, ma anche in quella del costume. E per sempre.
Colonna sonora, abbigliamento e modi di fare de “La febbre del sabato sera” hanno segnato un’epoca, portando alla ribalta la voglia di evasione dei giovani americani degli anni Settanta, dopo tutto il pessimismo che aveva caratterizzato gli anni precedenti, proclamando la libertà professata dalla disco music e promuovendo a dismisura la psichedelia nelle feste. Una vera rivoluzione a suon di Bee Gees che, partendo dal Paese a stelle e strisce, ha contagiato il mondo.
La premessa era d’obbligo per spiegare il sensazionale successo di pubblico a Milano, al Teatro Nazionale che ospiterà fino a 27 gennaio prossimo il musical “La febbre del sabato sera,”, l’ultima grande produzione internazionale firmata Stage Italia, consociata del colosso olandese leader europeo nella produzione di spettacoli del genere..
Atmosfere calde già da qualche settimana con la facciata del teatro trasformata da un gigantesco emulo di Tony Manero nell’inimitabile gesto da ballerino provetto. Successo incredibile di pubblico già dalla prima. Da un lato c’è chi gli anni Settanta li ha realmente vissuti e nella creazione di può sapientemente riassaporarli. Dall’altro c’è il pubblico più giovane che, solo lontanamente, ha conosciuto l’eco del fenomeno, ne è comunque rimasto affascinato e che quindi “arde” per saperne di più.
Dietro al successo del musical la ricerca spasmodica di un protagonista all’altezza delle prodezze di Manero in sala da ballo. Attese assolutamente rispettate dal giovanissimo prescelto per la parte: Gabrio Gentilini, classe 1988, per la prima volta in un ruolo da protagonista (era nel cast de “Il Libro della Giungla”,
“Sindrome da Musical” e della produzione italiana di “Mamma Mia!”). Accanto a lui Stephanie Mangano è interpretata da Marina Maniglio e Laura Panzeri è Annette. Altri protagonisti, Filippo Strocchi (Dj Monty), Lucianna De Falco (Flo Manero), Sebastiano Vinci (Frank Manero sr. / Fusco), Giacomo Buccheri (Frank Manero jr. / Jay), Massimiliano Pironti (Bobby C.), Luca Santamorena (Double J.), Giuseppe Verzicco (Joey) e Samuele Cavallo (Gus). La regia italiana del musical è affidata a Carline Brouwer, mentre l’adattamento di testo e liriche in italiano è a cura di Franco Travaglio.

Gabriella Lax