Archivio | settembre 2012

Guttuso diceva di Picasso


Se vi trovate a Milano, fino al mese di gennaio, non potete non visitare la mostra antologicadedicata a Pablo Picasso. Dopo aver fatto il giro di mezzo mondo l’artista torna per la terza volta in esposizione nel capoluogo lombardo, a Palazzo Reale, nella mostra curata da Anne Baldassari, riconosciuta a livello internazionale fra i più importanti studiosi dell’artista, curatrice del Musée National Picasso di Parigi dov’è conservata la più grande collezione al mondo delle opere dell’artista spagnolo.
E, a proposito del grande artista, qualche tempo fa, ho avuto la fortuna di conoscere uno dei cugini del pittore Renato Guttuso, Carlo Carcione che mi aveva raccontato un simpatico aneddoto sull’artista. Uno dei rapporti d’amicizia più stretti Guttuso lo ebbe col geniale Picasso, suo modello stilistico e morale. Di lui Guttuso raccontava ad amici e conoscenti della straordinaria, quanto inaspettata, generosità. «Di solito – aveva spiegato Guttuso – ci si immagina questi personaggi ricchi ed aridi ma non è così». Ed a sostegno di questa tesi, il pittore di Bagheria tirava fuori l’aneddoto dell’amico «Picasso amava girare per la Spagna, un modo per conoscere luoghi, spunti del colore e paesaggi. Nel suo girovagare, un giorno, si fermò dentro una piccola rivendita di tabacchi, nel cui bancone c’era un vecchietta. La donna ovviamente non riconobbe l’artista e, tra una parola e l’altra, cominciò a raccontargli dei suoi acciacchi, della sua vita triste.
Così parlava che, ad un certo punto, Picasso le chiese che cosa la avrebbe resa felice, e la donna spiegò che mai aveva avuto una casa di sua proprietà. Il pittore allora, in pochi minuti, fece un piccolo dipinto ad olio e lo regalò all’anziana. «Con questo – le disse svelando infine la sua identità – puoi guadagnare e compare una casa tutta tua».

Gabriella Lax

Sandokan e Gesù…

Perduta tra Sandokan e Gesù di Nazareth. Perché l’unico altro mio ricordo da piccolissima è la neve. Bianca, che copre ogni cose e che guardo, come nella favola, dalla finestra della porta. Poi spuntano loro. Mi sono persa tra i capelli arruffati e le facce sporche. Il primo lottava per la libertà e per la sua “Perla” Marianna. Il secondo predicava l’amore e l’uguaglianza tra gli uomini, prima che gli stessi, con immensa riconoscenza, lo stascinassero fino alla croce. Sarà stato il fascino del derelitto? No, i miei amori di (quando ero) bambina avevano qualcosa di ben più sottilee radicato. Quelle facce ora rabbiose, ora incantevoli si sono nascoste dentro di me con un imprinting che non mi lasciato, per molti e molti anni, scampo. Certo per passare dai capelloni a Mastrolindo ce ne vuole…

Alessia Crea, nomen omen


A fascicoli, faldoni ed udienze ha preferito le passerelle. “Nomen omen”. Chissà quante volte glielo avranno ripetuto negli ultimi anni ma Alessia Crea, che tra poche ore sfilerà con le sue creazioni alla Fashion week di Milano, è un vero talento. Creatività sopita, per anni rimasta dietro i libri. Da Palmi a Messina per studiare giurisprudenza e laurearsi a pieni voti e poi (mia cara t’invidio, non sai quanto!) via fino a Milano, all’Istituto Europeo del Design per diventare (certificata) stilista, della durata di tre anni. Già durante il corso di studi fa tirocinio nella sede milanese della casa di moda di Antonio Marras e li resta per qualche anno imparando tutto quel che c’è da sapere per iniziare ad aprire le ali per volare. La sua verve creativa la porta a vincere, per ben due volte, l’ultima edizione di Netx Generation, il concorso per giovani talenti della Camera nazionale della moda.Da qualche tempo, insieme al fidanzato, ha creato “Casamadre”, brand di calzature per uomo e donna.
Cosa sognavi di fare “da grande”?
«Ovviamente questo lavoro: la stilista (nds ride). Da bambina vestivo le bambole, ma prima l’ho sempre visto come un hobby. Ho frequentato il liceo classico e poi mi sono laureata in giurisprudenza perché, nonostante l’amore per la moda, non volevo lasciare a metà il corso di studi universitario. Nella vita c’è sempre tempo per fare tutto. Da Antonio Marras ho imparato veramente tanto su come si sta sul campo: come nasce una sfilata, cosa succede dietro le quinte e, ancor prima durante la preparazione. Ho lavorato anche per Custome National, brand di borse italiano e per il marchio Moi Multiple. Il salto di qualità è arrivato vincendo i concorsi».
Calabrese di Palmi, si fa più fatica ad emergere dal Sud?
«Devo proprio dire di sì. Per forza per emergere bisogna andare fuori».
Come immagini una collezione?
«Le mie fonti d’ispirazione sono le persone che incontro tutti i giorni, i viaggi che ho fatto. Solitamente parto da una donna che mi colpisce e poi passo ai colori, ai volumi e così sviluppo le mie idee intorno. Mi hanno ispirata gli abiti talari, maschili e femminili, ne ho studiato i dettagli, le lunghezze, i tessuti, da un punto di vista tecnico. E ancora il mondo marino ed un mio viaggio in Giappone».
Che tipo di donna riesce ad ispirarti?
«Penso una donna artista: fotografa, pittrice perché sono donne che percepisco come libere e aperte di mentalità».
Il tuo stilista?
«Antonio Marras e Prada tra gli italiani. Poi certamente Alexander McQueen”.
Negli abiti sembra puntare soprattutto sui volumi, o sono solo una parte del gioco di stile?
«Amo gli abiti ampi, con molto tessuto, e studio, in particolare, la struttura degli abiti, appoggiandone prevalentemente il peso sulle spalle. Ma mi piacciono i contrasti tra i materiali diversi tra loro».
C’è qualche tessuto che prediligi?
«Certamente la seta, la ricchezza delle stoffe giapponesi ed il velluto».
Dalla moda si può ricavare una ricetta anticrisi?
«La moda è lo specchio dei tempi, riesce ad adattarsi in maniera duttile al periodo di crisi ed a cambiare in base al momento storico».

Gabriella Lax

Dylan Dog, da Londra con amore


Certamente è un bel tenebroso. E la scia di donne bellissime che si lascia dietro ne è un chiaro segno. Abita a Londra, in Craven Road n.7. Ma, se capitate da quella parti, non prendetevi la briga di cercarlo perché Dylan Dog (purtroppo!) è un personaggio di fantasia, disegnato ispirandosi alle sembianze dell’attore Rupert Everett. “L’indagatore dell’incubo”che ha fatto capolino sulla scena fumettistica nel 1986, con il primo volume dal titolo “L’alba dei morti viventi”, è la geniale creazione di Tiziano Sclavi, edita da Sergio Bonelli.
Io invece me ne sono innamorata solo qualche anno più tardi, nel 1992, in tempo però per recuperare, grazie alle svariate ristampe, ed agli originali regalati dal mio boy dell’epoca, tutti i numeri. Numerosi e svariati i disegnatori che, mese dopo mese, dalla prima uscita ad oggi, si sono cimentati nella figura dell’eroe buono. Tra tutti, personalmente adoro il tocco di china di Corrado Roi. Come faccio a spiegare Dylan dog?
Un fumetto dell’horror, con scene splatter, non più cruente però dell’orrore quotidiano. Se pur calate in mondi spettrali, fantastici, favolistici, le storie hanno una loro morale ed è per questo che il buon Dylan, forte della conquista di milioni di fan, è stato il protagonista, negli anni, di una serie di campagne sociali. Dagli anni Novanta, grazie al successo popolare ottenuto, divenuto importante fenomeno di costume, il fumetto ha ricevuto numerosi elogi in ambito accademico visto l’interessamento di personaggi come Umberto Eco.A Londra, l’indagatore dell’incubo, che nel tempo libero (che, in realtà, tra mostri, allucinazioni, ufo, fantasmi e fidanzate è molto poco) suona al clarinetto il “Trillo del diavolo” e costruisce un galeone (destinato a non essere mai finito ed a cui si legano molte vicende riguardanti il passato del personaggio), riceve i clienti che, prima però devo passare l’esame dell’assistente di Dylan Dog, Groucho. Stravagante essere quest’ultimo (che ha le fattezze di uno dei fratelli Marx) che sottopone chi ha appena suonato al campanello dell’orrore ad estenuanti avances (nel caso di una bella donna) o a freddure e barzellette (in tutti gli altri casi).

Dylan ha molto successo con le donne tant’è che, dai primi fumetti, quasi in ogni storia diventa l’amante di ogni cliente, convinto di esserne innamorato. Da questo punto di vista le storie non hanno mai un lieto fine: o viene lasciato o rischia di esserne ucciso o, nel peggiore dei casi, è l’innamorata di turno che muore. Solo alcune donne lasciano segni indelebili e, periodicamente, trovano il modo di ritornare nella vita del bel Dylan. Bree Daniels, la prostituta che continua a chiamarlo “Dailan”, Lili, la terrorista irlandese che torna dal passato, quando Dylan Dog era una gente di Scotland Yard e Morgana, figura misteriosa, presente dal primo numero, donna, madre, amante. Di fronte ad efferati omicidi il referente di Dylan Dog a Scotland Yard è l’ispettore Bloch, (il cui aspetto fisico è una citazione dell’attore di gialli Robert Morley e il cui cognome è probabilmente un omaggio allo scrittore Robert Bloch). Dylan è stato in giovinezza uno dei suoi migliori agenti. Tra i due il rapporto esistente è molto vicino a quello tra padre e figlio.
Dylan si muove col suo “quinto senso e mezzo”, ossia cioè la sensazione che qualcosa non torni, che ci sia qualcosa da scoprire che avverte ad ogni nuovo caso. “Giuda ballerino” invece è l’esclamazione dell’investigatore già dal primo numero. Lo stesso Sclavi svela che il modo di dire è appartenuto ad un suo amico di lunga data, il giornalista Gianluigi Gonano.

Gabriella Lax

Non posso viver senza te…

Si, ammetto anch’io sono dipendente. Il suono squillante del Blackberry riecheggia come una sveglia al mattino. Davanti alla colazione, con gli occhi ancora semichiusi, il cervello attivo al 60% e con la mano automa indirizzata alla tazzina di caffè parte il primo sguardo di verifica delle e-mail ricevute sul diabolico marchingegno.
Poi una controllata alle news dal mondo per essere sempre aggiornati. Nel migliore dei casi, dalla colazione in poi, saranno circa dodici ore di intenso face to face col telefonino, i phone e simili. L’orologio al polso non serve più, l’ora si controlla sul cellulare. Con la suoneria rigorosamente abbassata, alle riunioni, persino di lavoro o mentre i bambini dormono, l’occhio cade sempre sul quadrante colorato. Il desk si illumina magicamente lasciando intravedere la foto di figli, nipoti, parenti, o ancora dell’attore o della pop star del momento o dell’animale domestico. Nei casi di narcisismo il soggetto proprietario sul desk ha una sua solitaria foto.
Pausa pranzo, pausa lavoro, il telefonino permette di chattare e comunicare in tempo reale con gli amici ed i conoscenti. In caso di distrazione la lucina rossa indica che c’è qualcosa da leggere, una chiamata persa ecc.
Attenzione, puo’ creare dipendenza”. Come già succede per le sigarette, queste parole dovrebbero accompagnare, a chiare lettere, le scatole dei cellulari moderni divenuti più che amici inseparabili, dei compagni insostituibili, veri e propri prolungamenti della mano in qualche caso. In caso di smarrimento, anche momentaneo, ci si sente come privati di un arto, “monchi”, se non peggio smarriti e senza punti di riferimento. Rispetto a fumo ed alcolici la situazione, coi cellulari, è peggiore, poiché i cosiddetti effetti collaterali sono ancora più subdoli nel loro modo di manifestarsi. Secondo le ultime note ricerche, l’Italia ha un triste primato, colleziona più numeri di cellulari attivati che abitanti. E nel calderone delle assurdità si inseriscono alcuni ricercatori americani che hanno interrogato un campione di mille persone sull’importanza del cellulare.
Le risposte hanno evidenziato, ancora una volta, una devastante dipendenza dai piccoli marchingegni elettronici. Il 60% degli intervistati preferirebbe separarsi per una settimana dall’alcol
piuttosto che lasciar spento il cellulare. Piuttosto che perdere il cellulare per una settimana, il 33% farebbe cambio con la tv e il 15% andrebbe volentieri dal dentista. Secondo un altro sondaggio, con la motivazione che è fondamentale per il lavoro e l’organizzazione della vita domestica, il cellulare supera per importanza anche la moglie. Alla tecnologia si fa presto ad abituarsi è vero, ma altrettanto difficilmente si riesce a farne a meno. La domanda nasce spontanea: fino a qualche anno fa, come riuscivamo a stare senza telefonino?

Gabriella Lax

Voglio sposare la cultura!

Sorpresona in libreria! Entro e mi imbatto (spiazzata) in una lista nozze. Che dire se non che si tratta di uno stupefacente investimento sulla cultura? Non li conosco ma li adoro. Invece che ordinare frigorifero, lampade, stoviglie, crociere e compagnia danzante due giovani sposi hanno scelto di fare la lista dei regali in libreria. Serenamente sono andati in questa grande rivendita di una catena nazionale ed hanno scelto un centinaio di volumi dei generi più svariati. Con grande stupore, chi entra nel negozio, trova, proprio davanti alla cassa, un apposito scaffale “dedicato” e la scritta “Lista nozze” con il nome della coppia di sposi. Giusto il tempo di stropicciarsi gli occhi e la commessa sorridente spiega: «Si, anch’io la prima volta che mi è stato chiesto della lista nozze di libri ho pensato che avessero sbagliato negozio». In realtà si tratta si una scelta bene precisa ed oculata per lo meno a giudicare dai titoli delle opere che compaiono nella lista. Dando una rapida occhiata allo scaffale, ci si accorge dei titoli: un mix di vecchio e nuovo “Il giovane Holden” per esempio tra i classici con “I racconti del mistero” di Poe, “Il valzer degli addii” di Kundera e poi ancora “Il talismano della felicità di Ada Boni”, “A sangue freddo” di Truman Capote, “Ieri” di Agata Kristof. Scelte variegate, ma molto impegnative, anche se non mancano i testi divertenti e quelli di utilità domestica come la guida alla “1001 birre da provare nella vita”, “Il cucchiaio d’argento”. Fiori d’arancio e letteratura, un mix che mi ha conquistata completamente. In conclusione, tornando alla coppia di giovani “alternativi” (e qui ci vuole proprio) che nel momento generale di crisi, ha deciso di mettere da parte oggetti personali e per la casa (soliti, utili, ma a volte pallosi, regali), non posso che complimentarmi: certamente, nel loro caso, si può dire che hanno deciso di sposare la cultura.
Ps: Un’unica nota dolente. Tra i libri in lista nozze, sullo scaffale più altro, risplendevano nel loro grigiore le “Cinquanta sfumature…”, trilogia completa. Cari sposi, questa non ve la perdono.

Gabriella Lax

Fascino made in Calabria

Non lasciatevi ingannare dall’aspetto. Antonio Tallura è un calabrese doc non solo affascinante e solare, ma è anche un uomo generoso che si prodiga per il prossimo. Torna a Roma dopo le vacanze nella sua Locri. Tallura è l’attore che molti ricorderanno come uno dei protagonisti di “Incantesimo”, “Vivere”, “Cento vetrine” “La squadra”, “Crimini” ma ha lavorato in teatro con grandi registi e in film per la televisione e per il cinema.
Come nasce l’amore per la recitazione?
«Tutto è iniziato al liceo di Locri, all’epoca, coi compagni, avevamo messo su un gruppo teatrale dal nome “Teatro popolare locrese”, era la fine degli anni Settanta. Poi sono partito per l’accademia d’arte drammatica “Pietro Scharoff”. Da quel momento ho iniziato la mia una carriera professionale, spaziando dal teatro (con registi quali Zeffirelli, Griffi, Lavia, Sepe nds ) al cinema fino alla televisione».
Col pubblico che rapporto ha?
«Per mia indole, per come sono fatto, ho un rapporto vitale, mi piace sentire l’affetto delle persone e ricambiarlo. Tuttavia mi rendo conto che cinema, fiction e teatro danno riscontri diversi. Nel teatro il dialogo col pubblico è immediato, negli altri casi invece è differito nel tempo, come è differita la stessa visibilità. Quindi può succedere che ho girato tanto tempo prima e poi, quando le serie o il film vanno in onda, magari le persone mi fermano, mi fanno domande».
C’è qualche personaggio di quelli che interpretato nel quale si riconosce?
«Veramente sono due. Arturo Maffioti, cattivissimo in “Vivere”. Ma non perché io mi senta cattivo piuttosto perché ho messo in lui tutte le caratteristiche che io detesto nelle persone: l’arroganza, l’essere ruffiani e arrivisti. E poi c’è il medico di “Incantesimo”, Nicola Freddi che invece è il medico condotto che tutti avrebbero voluto avere accanto. Per tanti anni sono stato la spalla, a volte romantica, comunque sempre disponibile ad ascoltare i problemi che si presentavano».
Con la sua Calabria che rapporto ha mantenuto?
«Diciamo di amore assoluto. Un amore che, a volte, come succede nella vita, ti rende cieco e non riesci a vedere la realtà. Quando arrivo qui poi non vorrei partire ma mi rendo conto che i problemi ci sono, sono tanti e non si fa niente per risollevare questa terra».
E la nazionale attori?
«E’ un impegno che mi riempie di gioia perché portiamo avanti gesti assoluti di solidarietà, le persone ci accolgono con tanto affetto. E con la nazionale proprio e ad ottobre saremo a New York insieme agli altri italiani a festeggiare il Columbus Day».
In che cosa sarà impegnato prossimamente?
«Uscirà in Rai “Un caso di coscienza 5”, e poi, da dicembre, al teatro Parioli di Roma porterò con Corinne Clery il “Tartufo” di Molière, in cui interpreto Cleante, uno dei protagonisti».

Gabriella Lax