Archivio | settembre 2, 2012

Abate, trionfo di Calabria


Il viso sornione e sorridente. Ma, soprattutto, un albero dalle radici ben piantate in una Calabria dalla cultura arberesh. Carmine Abate, scrittore di Carfizi in provincia di Crotone, trionfa al Premio Campiello. L’ho conosciuto qualche anno fa, all’uscita del romanzo “Gli anni veloci”. “Diffidate dai libri che lanciano i messaggi. Il vero messaggio è quello che riuscite a cogliere voi stessi”. Con queste parole, in quell’occasione, aveva ammonito i giovani del liceo che erano arrivati, curiosi ad ascoltarlo, a scoprire i segreti della storia di Anna e Nicola, della special guest Rino Gaetano che a sorpresa figurava nella narrazione. “Rino appare all’improvviso – mi aveva confessato – non l’avevo programmato, ma il suo personaggio è emerso prepotentemente a raccontare la vita, l’affermazione con Sanremo, la sua morte all’apice del successo”. E poi venne la mia inchiesta proprio su Rino Gaetano, Carmine Abate era un testimone prezioso, quasi perfetto. E mi fu molto utile nella ricostruzione: ma il Rino Gaetano che lui descriveva era un personaggio assolutamente positivo e propositivo. Anche il libro vincitore a Venezia, “La collina del vento”, sempre edito da Mondadori, racconta della Calabria, della famiglia Arcuri, del mar Ionio che tutto guarda e tutto assorbe nel peregrinare delle onde. Una terra che lotta con tutte le sue forze per affermare i propri sogni.
Dal palco tirato a lucido del Teatro La Fenice, Abate ha ringraziato la moglie (tutto l’amore traspariva dalle parole che per lei aveva pronunciato durante una mia intervista) ed i due rampolli maschi. Ha vinto con 40 voti di scarto sulla seconda classificata Francesca Melandri (“Più alto del mare”, edito da Rizzoli), segno evidente della superiorità riconosciuta dai giurati.
Al di là della felicità per il trionfo al Campiello di uno scrittore (finalmente) calabrese, dopo cinquant’anni dall’inizio della manifestazione, Abate è riuscito a dare un colpo di spugna, almeno per qualche ora, a riportare in primo piano i paesaggi di una Calabria pulita e laboriosa, una terra capace di bene altro che assorbire, nella polvere, il sangue versato dai suoi abitanti.

Gabriella Lax

Malaeducation …da spiaggia


Menomale che è finita, verrebbe da dire. La prima domenica di settembre saluta il mare, un arrivederci e tante amare considerazioni sulla maleducazione che troneggia. Dopo averlo sognato tutto l’inverno quel fazzoletto di spiaggia è li, solo a qualche metro, agognato, desiderato, puoi raggiungerlo! Con fashion bag, asciugamano (rigorosamente in microfibra) ed occhialoni antiriflesso, ti avvicini all’obiettivo. E invece… cominciano i guai. Per arrivare ad appoggiare il telo in riva al mare bisogna fare lo slalom tra bottiglie di birra, cenere e pezzi di legno di un falò mal consumato della sera precedente. Eppure, l’hai notato, solo a due metri c’è il bidone dei rifiuti.
Con in testa ancora gli incivili che hanno sporcato nottetempo, trovi rifugio tra un ombrellone e l’altro, cercando di posizionare la spugna mare in modo da mantenere canoniche distanze privacy. La pace, quella è un’altra storia. Il tuo vicino parla al cellulare, con un tono certamente non da confessione. Deve prepotentemente renderti partecipe della sua vita. Poco distante, una distinta signora di mezza età, cappellino di paglia in testa, armata di pinzetta, improvvisa una sessione di depilazione istantanea “on the beach”. Meglio non guardare.
Ti giri dall’altro lato giusto in tempo per prendere in testa una pallonata. In spiaggia non si può giocare a palla, a racchette. E chi sta a vigilare? I soliti quattro ragazzetti non trovano di meglio da fare che scambiarsi colpi di “super Santos”, improvvisando una partita di pallone a pochi metri da te. Non chiedono scusa e si riprendono il pallone (che nell’impeto “omicida” avresti voluto bucare) e ricominciano a giocare come se nulla fosse. Pensi che forse è meglio fare il bagno. Ti avvicini all’acqua marina con la solita incertezza. Appena un istante prima di tuffarti, con tempismo perfetto, due bimbetti decidono di lanciarsi in acqua di corsa proprio davanti a te, riuscendo a schizzarti da capo a piedi mentre la mamma rimane imperterrita nella lettura del giornaletto di gossip. E poco importa se avevi pensare di non bagnare i capelli.
Poi, finalmente in acqua. Non ci sono squali in mare quindi che può succedere? Passano pochi secondi e da poco più in la un fastidioso rumore ti fa sussultare. Acqua scooter, a meno di dieci metri. Ma non dovrebbero stare ad una certa distanza da bagnati e natanti? In questo caso oltre alla maleducazione, si tratta di gesti di incoscienti. Ma l’incubo non è ancora finito. Quando pensi che stai per rilassarti e sei riuscito ad appoggiare la testa sull’asciugamano sano e salvo, improvvisamente: «Scusa hai da accendere?».
Alzi gli occhi e ti accorgi di essere sormontato da una creatura mefistofelica in trampoli con zeppa tacco 12 cm e chili di trucco. Giusto il tempo di spaventarti e rispondi «no» spazientito. Dopo il ritorno dei morti viventi, alla fine che altro può succedere?

Gabriella Lax