Archivio | settembre 2012

Romantico in chiave jazz


Sul palco con Gino Paoli a raccontare le storia della musica italiana. Il pianoforte di Danilo Rea, già impegnato in altre illustri collaborazioni, si accompagna alla poesia vibrante di uno dei cantautori più amati nel disco “Due come noi che…”. “Il cielo in una stanza”, “Senza fine”, “Sapore di sale” in chiave jazz per raccontare al pubblico mezzo secolo di parole e di artisti quali Luigi Tenco e Fabrizio De Andrè.
Ma è la passione per il piano che lo accompagna, come confessa candidamente, sin da quando era bambino. Oggi Danilo Rea è uno dei musicisti jazz più versatili e conosciuti del panorama italiano. Per me resta indimenticabile l’esibizione al pianoforte insieme a Rita Marcotulli nella catartica prova con le immagini di fondo di “Metropolis” (capolavoro fantascientifico muto di Fritz Lang datato 1927, film espressionista e d’avanguardia precursore dei tempi), progetto iniziato per caso, commissionato a Roma qualche anno fa ai due musicisti di fama internazionale
Quando ha capito che avrebbe fatto il musicista?
«Non c’è stato un momento particolare, ho sempre registrato la stessa passione che si è alimentata negli anni. Il feeling che si stabilisce col pubblico è il fattore più importante. Lo scambio col pubblico diviene rigenerante Non c’è niente di più bello, alla fine di un concerto, quando ti si avvicina qualcuno per raccontarti quanto si è emozionato con la musica. E’ una gratificazione inenarrabile».
E’ importante per un musicista jazz la formazione classica?
«Sicuramente posso dire che la conoscenza di una formazione classica aiuta, soprattutto in determinati contesti. Pensi alla stessa creazione di “Opera” ad esempio».
Ha fatto della versatilità la sua forza musicale?
«In realtà non è stato un fatto voluto ma un’attitudine che mi è venuta naturale. Perché, mi sono detto, non devo improvvisare con la musica dei miei tempi? Se negli anni Cinquanta Armstrong suonava Gershewin, perché non posso io reinterpretare i musicisti contemporanei, da De andrè alla musica pop? »
Come trova la Calabria ed il suo pubblico?
«Dal punto di vista naturalistico è una zona spettacolare. Ogni volta che arrivo, in aereo, vedo questo incastro bellissimo tra montagne, mare e vegetazione. E’ un posto in cui si trova tutto ed ai massimi livelli: c’è una storia millenaria alle spalle. E poi il pubblico ho imparato a conoscerlo, è maturato insieme a me negli anni e lo trovo molto attento».

Gabriella Lax

Secondo lo stile Crea

La leggerezza dei tessuti è la parola d’ordine. Gli abiti sono soffi d’ali che si accendono, a tratti, di colore, altre volte, invece, si lasciano distrarre da piccoli pois. Nella settimana della moda della “Milano da vivere” finalmente posso toccare con mano gli abiti di Alessia Crea, stilista calabrese che espone nella sala Donizzelli di palazzo Giureconsulti. “Bed sheep rope. Escape. Basta rientrare prima che faccia giorno” il tema degli abiti. Le quattro modelle sono li, davanti a me, passeggiano lasciandosi fotografare e mostrando le creazioni dell’ultima collezione per la primavera/estate 2013.Visto che si tratta di un rinfresco, arrivo proprio nel momento in cui le bellissime indossatrici decidono di fare uno spuntino.

Delle creazioni di Alessia mi aveva sempre colpito la sobrietà, mai nulla banale. Quello che ho visto è una conferma ulteriore del talento, premiato più volte dalla camera nazionale della Moda di Milano. E la stilista racconta cosa l’ha ispirata in questa collezione. «E’ la storia di una fuga nella notte per raggiungere un party proibito e di come scappare riesca a rendere tutto più interessante». Dunque si parte dal’idea base «di un abito «inventato per l’occasione, trasformando realmente un abito classico e molto rigoroso, in un abito da sera femminile e personale».

Il punto di partenza individuato dalla stilista è un abito che sembra provenire dal mondo collegiale «Divise e camicie da notte che, attraverso interventi eseguiti quasi sul capo indossato, divengono per incanto abiti da sera». Via le maniche, la blusa in qualche caso, scompare del tutto, la biancheria colorata viene usata e mostrata come accessorio. Gli abiti sono fortemente sensuali poiché animati da ampi spacchi e profonde scollature che donano sensualità alle lunghezze.

Si arriva a completare il look finale tramite un lavoro di “sottrazione”. Le tinte classiche ed istituzionali, quali il bianco ed il blu, vengono accostate a note più accese, colorando biancheria esposta in questo processo di esaltazione della femminilità. «I tessuti naturali, come la seta, nelle sue forme più pure, dal crepe de cine, al cadì, ai microprints a jacquard offrono una innovativa reinterpretazione del classico».

Gabriella Lax

Teocoli, one man show


«Mio padre era di Reggio Calabria era arruolato in marina, ha conosciuto mia madre che apparteneva ad una famiglia di giostrai del Lazio e io, per caso, sono nato a Taranto ma, in realtà, fino a18 anni ho vissuto parte della mia vita a Reggio».Quella Con Teo Teocoli è stata una delle interviste in cui davvero ho faticato a rimanere seria perché con lui si può soltanto ridere. E di gusto.
«Tutte le estati ero li a Reggio, vivevo nel mio quartiere di rione Marconi andavo a trovare i miei nonni, gli zii e andavamo al mare, per la precisione nella spiaggia di Calamizzi che non so se c’è ancora. Stavamo li a goderci il sole, prima dell’avvento del lido comunale, quello è arrivato dopo. Tempi in cui si viveva senza pensieri».
Arriva a Milano in giovinezza Teocoli e, talentuoso, comincia a cantare in un gruppo «A quei tempi c’erano i Camaleonti eravamo tutti emuli dei Beatles e la musica dunque si era evoluta c’erano le canzoni degli innamorati rispetto al genere classico, una mutazione che consentiva a chiunque fosse intonato di provarci».

Ma la musica doveva assorbire a tempo pieni «Io invece ero preso da troppe cose e i miei carissimi colleghi che oggi hanno fatto successo la Pfm (Premiata Forneria Marconi) mi chiedevano di essere serio alle prove, “La musica va fatta seriamente” ma evidentemente ero distratto proprio nel 1962 l’amico Enzo Jannacci mi fece capire che era meglio svoltare e così intrapresi la via del cabaret». I ricordi si perdono nelle serate milanesi, nelle cene dopo gli spettacoli «che finivano tardissimo e mi consentivano di fare la vita che volevo, dormire tutto il giorno».

L’abitudine a non muoversi da Milano porta il comico ad avere successo a cinquant’anni con le trasmissioni Mediaset “Emilio”, “Mai dire gol” e soprattutto “Scherzi a parte”. «A quel punto pensavo che la mia carriera fosse livellata, di non poter andare più su e invece il grande Garinei mi pregò di raggiungerlo a Roma per un mese di spettacoli in teatro. Da allora ogni anno giro il Paese e porto avanti settanta ottanta spettacoli minimo».

One man show, Teocoli caratterizza personaggi, Peo Pericoli, Cesare Maldini, Moratti, ma soprattutto è solo, con il suo talento davanti al suo pubblico.«Le imitazioni se non le faccio mi vengono richieste con calore. Nello show non ho un copione, sono solo io li davanti, con tutto il mio mestiere. Racconto della mia vita». Ripensa agli inizi della carriera, come cantante Teocoli e dà una succulenta anticipazione.

«Battisti da Mogol l’ho portato io. Certo quel giorno il paroliere non c’era. Tuttavia, circa un mese dopo, entrai nel suo ufficio e, seduto sul divanetto, c’era ancora Battisti che mi sospirò “Speriamo che oggi mi riceve”». E sono tanti i personaggi che ha conosciuto l’imitatore, arrivato all’apice del successo a cinquant’anni.
«Un giorno mentre giocavamo a dadi, Brigitte Bardot mi disse “Tu es sfigato” perché i tuoi amici si divertono e tu invece?”. Realmente lei, bella, altera, tutta vestita di nero e con la chioma bionda non sapeva che flirtavo con la sua segretaria».

Gabriella Lax

A ciascuno il suo… rosso


Non serve solo a cambiare il colore della labbra, ma è un vero toccasana per l’umore. Se “i diamanti sono i migliori amici delle ragazze“, il rossetto è certamente il compagno inseparabile, il pezzo da make up capace di donare fascino e sicurezza. E poi ha già cinquemila anni ma non li dimostra.

Le prime ad usarlo furono le donne sumere e della Mesopotamia che spolveravano sulle labbra polvere di pietre preziose. Ma, a regalare un pezzo di immortalità al rossetto, ci ha pensato la regina Cleopatra che, come testimonia un famoso ritratto, valorizzava le labbra con un composto a base di uova di formica, polvere di scarabei carmini e scaglie di pesce. Si lo so che siete scioccati, ma come si dice, ognuno s’arrangia come può. E Cleopatra, tutto sommata, è riuscita a far bene. Tocca a Maurice Levy, solo nel 1915, pensare all’astuccio che contiene il prezioso alleato di bellezza. E ad Elizabeth Arden subire, qualche anno dopo, la censura ed il boicottaggio dei prodotti poiché ritenuti non adatti ad un signora per bene.L’uso si diffuse moltissimo per il fatto che veniva utilizzato dalle dive del cinema.

Il tempo, oltre che il femminismo, ci ha regalato la consapevolezza, a tutte le età, e per tutte le fasce sociali, che il rossetto, come universalmente riconosciuto, è sinonimo di seduzione, sensualità e sex appeal, tanto da vantare il primato di cosmetico più usato in tutto il mondo. Ben l’80% delle donne lo utilizza ogni giorno per modificare il colore delle proprie labbra.

Essendo un prodotto che viene a contatto con le labbra (e, nella maggior parte dei casi, ingerito) è un gel formato da cere, oli, grassi e pigmenti, colato in stampi allo stato fuso e poi raffreddato per ottenere la forma stabilita, contiene aromi, antiossidanti e conservanti che ne garantiscono nel tempo la durata. La formulazione varia a seconda dell’effetto che si vuole ottenere.
Per quanto mi riguarda il cambio radicale del tono di umore nella giornata avviene ogni volta che sfodero (il termine è quello) il mio (Rosso) Rouge Dior 999. Ideale per le more perché, contrariamente alle colorazioni delle altre marche, “ha quel tocco di arancione che illumina”. Come mi ha spiegato il caro amico e consulente di bellezza Filippo.

Gabriella Lax

I love “Curvy”


Proprio dove non te lo aspetti, nel posto in cui pullulano le ragazze magre come sardine, ad una presentazione di abiti pret à porter, capita d’incontrare una fans delle curve. Barbara Christmann è una giornalista italo tedesca. Ad un cocktail si ferma a parlare con la mia “curvosa” amica Rosy. Vuole fotografarla, vuole conoscerla. Ed io mi incuriosisco. Le curve sono il pane quotidiano di Barbara che, contro tutti i luoghi comuni, ha pensato bene di farne motivo di discussione nel blog “Beautiful Curvy”, nato qualche mese fa.

Insieme a lei la giornalista Laura Brivio (che si occupa dell’aspetto della bellezza) e la collaboratrice Federica Oggione. “Siamo cresciute molto in questi mesi. Lavoriamo insieme e siamo tutte donne “curvy”.Abbiamo più di 400 visite al giorno” mi spiega mentre ci confrontiamo sulla qualità dell’informazione dei blog. Ma la prima cosa che mi viene da chiederle è cosa le trasmettono le donne in carne che intervista.

“Esistono quelle che vivono bene la situazione, hanno una serenità che traspare dal loro atteggiamento (come Rosy nds) e poi invece altre che si nascondono, sentono il peso come un problema. Ovviamente la premessa è che io parlo di donne in carne, ma di donne in salute, perché la prima cosa è stare bene e stare bene con sé stessi indipendentemente dalla taglia”.

Il mondo, la televisione ed i media vogliono la donna magra ma, in realtà, i dati statistici parlano chiaro: più del 50% delle donne italiane ha una taglia dalla 46 in su.
“E’ facile a dirsi, ma difficile a farsi- chiarisce ancora Barbara – sta alla base della nostra vita. Pubblicità e moda propongono donne talmente magre che non corrispondono assolutamente alla realtà. Nel nostro blog desideriamo parlare del mondo Curvy a 360°: aiutiamo le donne a vestirvi con proposte, consigli di bellezza e benessere. Tenendole informate su tutto quello che succede nel mondo Curvy e presentando Finalmente donne vere”.

(in foto Barbara, Rosi e Io)

Gabriella Lax

L’ultimo sogno di Marilyn

Immaginando Marilyn Monroe si sogna la visione della bellezza per eccellenza, l’icona di stile immortale, come raccontata da Andy Wharol. Leggendo il libro di Alfonso Signorini “Marilyn, vivere e morire d’amore” ci si scontra invece con altre facce di quella che, solo a primo impatto, può sembrare la storia patinata della diva.
Sono combattuta perché, sarò macabra ma, a dispetto di tutte le meravigliose foto, tante di Milton Greene che la ritraggono, nella mia testa ho l’immagine del volto di Marilyn sul tavolo dell’obitorio. Del viso si scorgono tratti poco familiari, si riconosce solo la forma del naso, i capelli sono bagnati e tirati indietro hanno perso il colore che li caratterizzava. Gli occhi chiusi sul volto inespressivo. Irriconoscibile. Un volto che adesso so avere conosciuto dolori e sofferenze (persino la violenza sessuale) a cui poche persone avrebbero resistito e, bando alle teorie complottistiche, alla fine neanche Marilyn stessa ci è riuscita. Consumata, accartocciata e gettata via dall’ennesimo uomo, anche se stavolta di chiamava John Kennedy ed era il presidente degli Stati Uniti.
Ci sono situazioni a cui il libro di Signorini, seppur molto preciso, accenna soltanto. I tredici aborti nei suoi 36 anni, il rapporto profondo (e platonico ) col fotografo Milton Greene e le poesie che l’attrice scriveva, recentemente raccolte in un libro. Ci sono particolari che hanno segnato la vita di una donna, Norma Jeane Baker, una bambina prima, bisognosa d’amore, che la madre rinchiude nell’armadio. La stessa madre psicopatica che le uccide a colpi d’ascia il cagnolino, reo di essere l’unico compagno della piccola. Un fame d’amore che la porta a pregare “Gesù mio, perché nessuno mi ama? Perché nessuno mi vuole portare via da questo posto? Ho sempre ubbidito a tutti. Mi sono sempre comportata da brava bambina, ma nessuno mi vuole bene. Perché, perché?”. Queste erano le parole dell’affetto negato che la bimba pronunciava dall’orfanotrofio in cui era rimasta dopo che la madre Gladys era stata ricoverata in manicomio.
L’amore, la sconfinata ricerca dell’amore la portano tra le braccia del ventenne Jim Dougherty, un signor nessuno, incapace di stare vicino ad una giovanissima se pur bellissima donna. E poi un crescendo, verso le strade più disparate. Come confesserà al fratello (anche lui suo amante) del presidente Kennedy “La colpa è solo mia: non sono mai riuscita a farmi bastare quello che avevo. Ho sempre desiderato di più. Ero una modella? Ho voluta fare l’attrice. Ero un’attrice? Son voluta entrare nella leggenda. Ero la moglie di Joe Di Maggio? Volevo essere la musa di Arthur Miller. E poi l’ultimo sogno, il più ambizioso: ho voluto divedere la vita con un uomo che non avrebbe mai potuto essere mio. Oh non mi interessava che fosse il presidente. Ad affascinarmi era proprio la sua irraggiungibilità. Volevo perdere, volevo ferirmi mortalmente. E ce l’ho fatta”.
Nella mia testa ci sono le parole malinconiche della canzone di Francesco Baccini: “Norma Jeane si andò a sedare, ignorata da un giornalista, con il trucco da rifare in un posto poco in vista…

Gabriella Lax

Shopping da pazzi

Gli sconti sono lontani all’orizzonte …ma la sindrome da shopping compulsivo incombe. Un impulso irrefrenabile all’acquisto, una tensione crescente che si allevia solo comprando. Quanti di voi, solo davanti alle vetrine dei negozi si sono sentiti stretti nella morsa di questa parabola ascendente che costringe ad uscirne solo carichi di pacchi? Ai più certamente verrà da sorridere, ma in realtà la dipendenza dagli acquisti è una realtà che colpisce i soggetti che, improvvisamente, sono assaliti dall’urgenza di comprare. Il guaio è che una volta messo in atto, il comportamento da un lato genera sollievo e piacere, dall’altro crea stress e senso di colpa. La cosa peggiore è l’inutilità degli oggetti acquistati che, il più delle volte, vengono messi da parte o regalati.

Secondo alcuni psichiatri lo shopping compulsivo non sarebbe altro che una delle possibili manifestazioni di quelle malattie causate da un cattivo funzionamento dell’attività della serotonina, una sostanza prodotta dal cervello. I disturbi legati a questa alterazione chimica cerebrale determinano, tra le altre cose, un mancato controllo dell’impulsività, per cui si è spinti a soddisfare immediatamente un bisogno irresistibile.

Un altro aspetto psicologico particolarmente evidente in questo disagio riguarda la presenza di un continuo tentativo di riempire un vuoto interiore, manifestata attraverso l’acquisto ripetuto. Segni inequivocabili della sindrome da shopping si evidenziano quando il denaro investito negli acquisti è eccessivo rispetto alle proprie possibilità economiche; quando gli acquisti si ripetono più volte in una settimana; quando gli acquisti perdono la loro ragione d’essere ossia non importa che cosa si compra, quello che conta è comprare.

Prima di pensare di andare da uno specialista, per resistere alle tentazioni una soluzione tampone potrebbe essere uscire senza il bancomat e la carta di credito, e naturalmente con pochissimo contante.

Gabriella Lax