Archivio | agosto 2012

Barbie, la bellezza del mito

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Eccola che mi sorride. Chiusa nella sua scatola rosa. Immortale. Diva. Donna. Ha poco più di cinquant’anni eppure è ancora bellissima nel suo abito candido. Bellissima. Perché non ci sono altre parole per definire la Barbie, bambola unica al mondo. Per mezzo secolo modello per le bambine che, anche inconsciamente, alla sua eleganza senza tempo si ispirano. Tutte da piccole avremmo voluto essere una Barbie. Splendida con i capelli lunghissimi e biondi, col naso all’insù ed con il sorriso perennemente stampato sul volto. Alta, magra, aggraziata. Per noi, bimbe senza grilli per la testa, l’alternativa era tra i bambolotti paffuti, modello neonato (leggi “Cicciobello”) o le mini donne dalle gambe affusolate. E la Barbie, creazione esclusiva della Mattel, batteva tutte. Per uno strano e sconosciuto motivo c’era una magica attrazione che ci faceva ammirare le Barbie. Un’attrazione irresistibile che portava a collezionare vestiti, cambiare abiti e (micro)sandali o scarpette che era facilissimo perdere. E solo qualche fortunata invece la collezione ce l’aveva proprio delle Barbie, di ogni modello ed ogni foggia.

Per quanto mi riguarda, oltre ad un braccio di gomma risalente (ritrovato nella fanciullezza), ne ho avute solamente due: Barbie “Malibù”, col costumino inteso viola e la faccia abbronzata, la mia prima vera e amata bambolina e Barbie “Ti voglio bene”, tutta cuori e brillanti rossi, dotata di cuoricini di carta a forma di cuore e magico stampino rosso che scriveva “I love you”.

Ad entrare oggi in un negozio di giocattoli e cercare una bambola invece si rischia un trauma e si rischia, soprattutto, di rimanere sommerse da una marea di esseri in plastica diabolici e sproporzionati. Le Winks, ad esempio, le oltremodo magre fatine magiche che le bambine di questi tempi adorano. Certo la Barbie ha parametri estetici lontani dal reale, ma queste specie di farfalle/ lucciole hanno pure le ali! O peggio ancora è imbattersi nelle Bratz. Guardatele da vicino, ma cercate di non spaventarvi: hanno il viso ovoidale di un alieno, le labbra a gommone e la classe di una balena ad un party di cristalli con i loro orribili zatteroni trash. Bambole bambine insomma vestite da grandi con gonne corte e scollature. Segno dei tempi che cambiano. Noi fanciulle di un tempo, invece, continuiamo ad adorare la favolosa Barbie.

Gabriella Lax

Dentro l’anima di “Carlostanaut”

«E mi stavo domandando quelle mutande gialle che fine abbiano fatto…Quelle che indosso all’inizio del video “Bambina col saltello”». Saverio Autelitano dei “Carlostanaut” è l’anima pulsante. Ricordo di averlo visto quel video, canzone orecchiabile, scene di pop art stranissime, girate con un sistema misto di tecnologie digitali, animazione, 3D. E Roma è stato il grande bozzolo in cui sono convogliate le energie musicali del gruppo «nato casualmente da una jam session». Poi vittorie nei festival in Italia, concerti con altre band e soprattutto tanta, tanta gavetta nei live. Adesso per il gruppo è arrivata l’ora di spiccare il volo verso i palcoscenici dell’Europa. Francia, Belgio, ma anche Inghilterra per la band fondata dal reggino Autelitano, voce, chitarra, tromba ed autore dei testi al quale si accompagnano Sergio Ferrari, chitarra elettrica, Fausto Casara, batteria e Fabrizio Bernardi al basso e contrabbasso. «Sono sicuro che sarei stato un grande direttore d’orchestra, ho un orecchio formidabile. Se solo avessi studiato al conservatorio». Autelitano ha un passato di musicista autodidatta e conserva ancora quel ricordo «non mi facevano suonare il pianoforte, ogni volta che riuscivo ad intrufolarmi mi mandavano via e per me restava un oggetto di desiderio».

Definire la musica è sempre porre dei limiti, ma mettere qualche paletto in questo caso è d’obbligo. «Siamo pop, jazz, blues. Ho ascoltato tanta musica italiana: Eugenio Finardi, Lucio Battisti e Peppino di Capri, mia madre aveva tutti i suoi dischi. E’ forte Peppino (ride nds)». Mi ritengo diversamente fortunata perché nei lunghi viaggi verso la Sicilia mi si propinava Pupo. Comunque la base della musica italiana d’autore nei “Carlostanaut” c’è e si sente tutta, per testi a volte ermetici, a svolte falsamente sbarazzini, che nascondono echi di rivolta silenziosa e passioni malcelate. La nuova canzone si chiama «”Ed ora…liberami” e parla delle multinazionali che raddoppiano i loro profitti sulle nostre spalle» con la quale il gruppo si augura di surclassare il successo di “Bambina col saltello” datato 2010.

Un tour che prelude all’uscita del primo (vero) disco, con tredici canzoni che spaziano «sull’amore ma inteso in senso generale, alla ricerca del buonsenso, della serenità».«E se poi troviamo un manager che ci organizzi le date è ancora meglio. Così come una casa discografica perché al moment ci siamo autoprodotti». Con la spinta propulsiva dell’amore per la musica. «Ma ti ho detto che l’ho scritta in barca a Salina “Bambina col saltello”? Menomale che avevo portato la chitarra quel giorno…».

Gabriella Lax

Chiesa e la crisi del cinema italiano

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E’ stato nella giuria dei lavori del Pentidattilo Film Fest 2012 (insieme a Wilma Labate e Nasser Zamiri) Guido Chiesa, regista conosciuto per lavori quali “Il partigiano Jhonny”, che ha vinto il premio della giuria al Festivall di Stoccarda e “Lavorare con lentezza”, insignito del premio Marcello Mastroianni. “Io sono con te” è l’ultimo lavoro del regista, incentrato sulla figura di Maria di Nazareth, presentato in concorso al Festival Internazionale del film di Roma.

Il cinema italiano come risente della crisi?

“Il primo sintomo, quello a mio avviso irreversibile, è il calo vertiginoso delle vendite dei biglietti. A questo aggiungiamo la crisi specifica del cinema italiano e i fondi a disposizione che sono molti di meno ed indirizzati al genere commedia comica. Direi che il calo dei biglietti è il fattore determinante perché finita la crisi il denaro tornerà a circolare ma quello che personalmente ritengo di dover accettare è che è cambiato il modo di fruire dei film, soprattutto per i giovani. Un po’ come è accaduto al calcio. Oggi è diverso rispetto a quarant’anni fa. Oggi il cinema si può vedere in dvd, si può scaricare da internet”.

E la cura quale potrebbe essere?

“Io non sono un nostalgico, né un pessimista, personalmente mi rendo conto del cambiamento e lo accetto. Sarò più prudente, il budget sarà certamente inferiore, si dovranno trovare alternative”.

Idee a breve scadenza?

“Da realizzare tante …ma non ancora così vicine”.

Cosa si sente di dire ai giovani che sognano di essere registi?

“Fino a vent’anni fa, all’avvento del digitale, i costi per fare un film erano elevati. I giovani avevano due modi di esprimersi: la poesia o la canzone. E chissà quante canzoni e poesia e sono rimaste chiuse in un cassetto o mai ascoltate da nessuno. Adesso chiunque con una telecamera può girare e montare a casa con un programma il lavoro. Ma attenzione, questo non significa essere registi. Il mestiere di regista è un’altra cosa e necessità di due fattori fondamentali: il collettivo perché il lavoro non è personale, dietro ad un film ci sono una serie di persone e poi, altro fattore da cui non prescinde, sono i soldi. Quindi devono stare attenti alle facili illusioni di gloria ed alle promesse di facili profitti”.

Gabriella Lax

Tutti i segreti per un perfetto “swap party”

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Swapping? Si grazie! E’ dura per noi fashion victim sostenere i costi della moda. Menomale che c’è lo “swapping” ossia l’“arte del baratto” che consente di rinnovare il guardaroba senza spendere nemmeno un euro. Perché, mie care, la parola d’ordine in tempi di crisi, anche per la moda, è re-inventare, riciclare! Da Manhattan, cuore pulsante dello shopping, gli swap party (da “swap” letteralmente significa scambiare, barattare) sono l’ultima tendenza in fatto di moda per fare shopping a costo zero.

Prima c’è stata la moda delle borse in affitto, che consentiva, tramite un canone, di cambiare borsa ogni mese; oggi il nuovo trend dello shopping è lo “swap” (letteralmente “baratto”) che è a costo zero. Acquisti frettolosi, shopping compulsivo o poco attento, regali poco graditi, cambi di taglia repentini si trasformano in risorse inesauribili: fare swapping consente di soddisfare la voglia di essere sempre alla moda e sfoggiare qualcosa di nuovo, senza svuotare il portafogli.

E per organizzare uno “swap party”, niente paura, ci sono poche e semplici regole: basta mettere insieme un gruppo fashion victim amiche, far portare loro almeno dieci abiti (già lavati e stirati!) e accessori a volontà dimenticati nel fondo di qualche armadio, selezionare, con almeno due settimane d’anticipo, una data che sia adatta a tutte le partecipanti, saggiare la disponibilità ed il gioco è fatto. Ricordate che la merce non si compra ma si scambia. Cercate di invitare amiche più o meno della stessa taglia per ovviare a spiacevoli inconvenienti (con conseguenti emarginazioni).

Si comincia davanti ad un aperitivo o un tè: l’intrattenimento preliminare consentirà alle amiche di vecchia data ed alle news entry di socializzare il necessario. Per il baratto ciascuna partecipante, in senso orario, illustra la sua merce. Nel caso in cui ci fossero più interessate allo stesso abito o accessorio sarà necessario munirsi di un battitore d’asta o lanciare un dado. Per creare il giusto ordine gli oggetti possono essere disposti a mucchi, a seconda del tipo di valore (caro, medio, economico) e poi contraddistinti con appositi cartoncini colorati (andranno benissimo i post-it) distribuiti alle partecipanti in relazione al numero di capi portati. Ci sarà il nome su ogni biglietto che verrà chiuso ed inserito in una boccia per l’estrazione. Ogni estratta può individuare liberamente un capo nel cumulo dal colore corrispondente segnalato dal colore del bigliettino che riporta il suo nome. Abiti e gli accessori barattati possono essere donati in beneficenza.

Gabriella Lax

Sorridete, ci sono gli smile!

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Denti bianchissimi e lucenti, come frammenti di porcellana. Avere un sorriso perfetto è il sogno di tanti, ma il vanto, per lo meno fino a qualche tempo fa, riservato ad attori e star hollywoodiane.

La dove non osano i dentifrici sbiancanti e le sedute dal dentista  per allontanare macchie di caffè e nicotina, osano adesso gli smile,  “faccette” che consentono di conquistare un sorriso scintillante.

Ed il trucco tecnologico è costituito da sottilissimi strati di ceramica, spessi come lenti a contatto, che prendono la forma del dente sul quale saranno sistemati. Il colore può essere scelto ed adattato dunque alle esigenze di ciascuno. Niente paura: gli “smile” sono poi sistemati senza l’uso del trapano e senza anestesia, in maniera assolutamente indolore. Il dentista applica le faccette tramite uno speciale adesivo a base di resine che resistono anni e che, soprattutto sono compatibili con la sostanza di cui il dente è composto). Una volta appoggiati sul dente gli smile vengono attaccati tenendoli premuti con una pinzetta e non portano alcun fastidio. Giusto il tempo di abituarsi alla loro sottile presenza ed il gioco è fatto! Gli smile vanno controllati due volte all’anno dal dentista che avrà cura di eseguire la manutenzione e la pulizia, valutando i margini di giunzione delle faccette onde evitare infiltrazioni. Un sorriso in ceramica che può durare fino a vent’anni, compatibilmente alla conformazione anatomica di ognuno.

Le migliori “faccette”, assicurano gli esperti, sono le americane “Lumineers”. L’applicazione delle “faccette” è reversibile: possono essere tolte in qualsiasi momento. La caduta spontanea di una di esse invece denota il fatto che non è stata applicata in modo giusto o che c’è qualche pecca nel materiale che la costituisce.

Il prezzo della bellezza però si paga, ed anche fior di quattrini: indicativamente il costo delle faccette si aggira sugli 800 euro a dente per quelle in materiale composito, si arriva fino a 900 euro per le ultra invisibili in ceramica.

Gabriella Lax

Make up, mi costi, ma quanto mi costi?

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Clio, mia cara miss Clio Zammatteo, alias Clio Make Up…mi costi, ma quanto mi costi? Pennelli, ombretti in crema, in polvere, fissatore per il fondotinta, primer per gli occhi, mascara, fard, spugnette, matita labbra, matita occhi, pettine per sopracciglia. E vogliamo continuare? Ma  com’era il mondo del maquillage prima di te, mia cara Clio?

Cerco di fare rapidamente ordine nel mio carrello di ricordi. Da bambina, come tutte, aspettavo l’uscita della mamma per avvicinarmi furtivamente al cassetto dei trucchi: matitoni blu, ombretto verde perlato. La mia faccia diventava una novella tavolozza dove disegnare archi e riempirli di colore, dipingere di  rosso le labbra, come nel migliore dei film, allungare gli occhi col nero e riprodurne la forma, prima di occultare tutto lavando la faccia col sapone, occhi compresi (e che per questo poi bruciavano da morire) con l’effetto ultimo di venirne fuori orrendamente sbavata tipo Robert Smith all’apice del successo coi Cure. E alla mamma bastava un semplice sguardo per capire che le ore di assenza erano state piuttosto movimentate per me in casa.

La voglia di trucco mi spinge a chiedere, a nove anni, un ultimo ma desideratissimo giocattolo: il beauty center di Barbie. Quanti di voi ricordano l’orribile strumento? Si trattava di una “testa mozzata” portatile, a grandezza naturale, che riproduceva le fattezze di Barbie, quindi rigorosamente bionda, con i capelli che si potevano allungare (per creare acconciature differenti) tramite una manopolina girevole. A disposizione delle bambine quindi c’era la faccia di cui sopra sulla quale, coi trucchi in dotazione, si poteva “infierire” a volontà. Rimase per me un oggetto oscuro di desiderio.

Da questo “trauma” infantile, credo, abbia preso forma, la mostruosa voluttà mostrata nei confronti del mondo del make up. Andare in estasi davanti ad una palette da centoventi colori non è cosa da tutte. E poi, infine, ci ha messo lo zampino Clio. La bionda bellunese ha diffuso il verbo ed ha contagiato, prima su Youtube e poi in televisonie, proprio tutte. Le profane sono diventate esperte ed ognuna, ogni donna intendo, deve provare a fare (e ad inventarsi) la “make up artist”. Perché non bastavano i pennellini che già correlano le piccole trousse, no! Sacrilegio! Ogni operazione che si fa sul viso, durante il make up, necessità di uno strumento opportuno, con tanto di acquisto indispensabile che nel trucco funziona come per le ciliegie: una tira l’altra, a discapito del portafogli!

Gabriella Lax

A passo di tango con Zotto

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Non un semplice ballo. Il tango ha dato l’identità ad un paese divenendone poi storia e tradizione che affonda malinconicamente in solide radici. L’argentino Miguel Angel Zotto, ballerino di tango, creatore di spettacoli apprezzati in tutto il mondo, è nato e vissuto a “pane e tango”.

Che cos’è il tango?

“Il tango è un atto d’amore. Il tango è racchiuso nel movimento della donna che fa dell’ocho attorno all’uomo. E così lui deve riuscire a comandare bene l’ocho alla donna poiché il novanta per cento del tango è la guida dell’ocho”.

Il tango è una tradizione di famiglia, come ha iniziato?

“Il tango ha fatto parte della mia vita fino dall’infanzia. Mio nonno ballava e anche mio padre. In particolare, mio padre aveva sette fratelli, tutti ballavano, ma il più grande era paralizzato ed ascoltava tutto il giorno alla radio le “Storie di tango”. Erano gli anni intorno al 1958. La città di Buenos Aires viveva di tango, soprattutto nel fine settimana e anche nelle feste, nei matrimoni, nei compleanni, nei caffè, per strada”.

Che cosa è rimasto dal ballo in origine, come si è evoluto?

“Non lo avevo compreso in tutti questi anni, solo qualche tempo fa ho capito che è il movimento dell’ocho è il motore della danza, è il fulcro del movimento, è la madre del tango. Nel tempo ho dovuto modificare qualcosa negli spettacoli per avvicinare più persone al tango. Ma tra tango nuevo, tango milonguero ed il resto non ci sono differenze, il tango è uno solo poi ci sono diversi stili”.

E la musica che importanza ha?

“Proprio la musica è nata per dare l’identità ad un paese, ad una città, che non l’aveva, divenuta meta di immigrati da tutto il mondo, tra i quali moltissimi italiani. E l’identità è la cultura. Abbiamo una tradizione relativamente recente, di duecento anni, nata dalle orchestre di tango, nelle quali, negli anni, si sono incorporati nuovi strumenti. Le orchestre giravano e suonavano molto e servivano sempre nuove canzoni dal vivo e così si è creata la variegata tradizione musicale”.

In giro per il mondo che riscontri ha avuto, il tango è amato  e ci sono delle zone in cui è più diffuso?

“Sicuramente in Italia il tango è molto seguito, anche perché gli immigrati italiani in Argentina sono tantissimi. Tranne forse che nel deserto del Sahara (ride nds) i riscontri positivi li ho trovati in tutte le parti del mondo”.

Cosa direbbe per avvicinare i giovani e non solo al tango?

“Non serve sapere un’altra lingua per ballare il tango. Basta conoscere i codici.  Il tango fa bene alla salute, fa molto bene al cuore. Ballandolo si può trovare un amico, un amore, un amante. E’ un momento di essenza suprema che non può regalare nessuna altra danza”.

 Gabriella Lax